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Home -> La cerimonia civile...Maurizio Cevenini, Presidente del Consiglio provinciale di Bologna
Il 10 settembre 2007 Maurizio Cevenini ha gentilmente
accettato di raccontarsi a BolognaNozze.it, che lo ringrazia per la cortese
disponibilità. Cevenini è molto conosciuto a Bologna proprio
perché lo si vede spesso impegnato ad unire in matrimonio molte delle coppie
che scelgono di sposarsi a Palazzo d'Accursio. Inoltre, anche sul suo sito Internet, c'è un'ampia sezione dedicata ai matrimoni.
Come è iniziata questa sua esperienza?
"Ho iniziato a celebrare matrimoni 12 anni fa, dopo
l'ingresso in Consiglio comunale; prima quelli di alcuni amici, poi anche
quelli di coppie che non conoscevo".
Appare piuttosto chiaramente come Lei viva con
partecipazione ed entusiasmo questo ruolo.
"All'inizio ero molto concentrato ed attento a curare la
parte della lettura degli atti. Poi è accaduto che mi venisse chiesto di
introdurre delle variabili: dalle letture alle musiche. Un esempio su tutti:
una volta un pastore della Chiesa
evangelica, ha fatto, dopo di me la sua celebrazione religiosa".
Saprebbe
dire qual è il numero esatto dei matrimoni che ha celebrato finora?
"So esattamente quanti ne ho fatti, ma, scaramanticamente, il numero lo
rivelerò solo quando smetterò di celebrarne! Al contrario, non ricordo,
purtroppo, il primo matrimonio, forse perché non era legato ad amici o
conoscenti".
La Sala Rossa di Palazzo d'Accursio è percepita dai
bolognesi come il luogo della città dove ci si sposa.
"Certamente. E ne ho avuto la
dimostrazione nel 2004, il giorno in cui, dopo il periodo di chiusura della
sala deciso dalla Giunta guidata da Guazzaloca, la nuova Giunta la fece
riaprire, e circa 70 coppie che si erano sposate nell'altra sala, vollero
venire a farsi fotografare in Sala Rossa. Da allora ricevo tante richieste, e
ci sono coppie che chiedono già da adesso di prenotare la cerimonia per il
2009!
Il rito del matrimonio civile prevede prima di tutto lo
svolgimento dell'atto pubblico ufficiale, e alla fine, in nome del Comune, il
celebrante dona una rosa rossa alla sposa e due stampe che riproducono dipinti
del pittore Giorgio Morandi allo sposo. Tutto ciò che esula dalla parte
ufficiale in senso stretto, viene invece concordato con gli sposi: dallo
scambio degli anelli, alle musiche, ad eventuali letture. Se poi il celebrante
è Lei, si aggiunge una sua personale liturgia, costituita innanzitutto
dalla lettura della poesia sul matrimonio del poeta Kalhil Gibran.
"Proprio così. Ho scelto di dedicare la poesia del libanese Kalhil Gibran
alle coppie che vengono a sposarsi da me, perché quando la sentii per la prima
volta, ne rimasi molto colpito.
La trovo straordinaria perché è al tempo stesso profondamente religiosa, con un
esplicito richiamo a Dio, però al tempo stesso contiene tutti gli elementi per
parlare ad ogni coppia di sposi, esortandola a vivere una vita in due, che non
divenga mai il soffocamento né per l'uno né per l'altra. Per il suo carattere
universale questa poesia è ben accolta da tutti, anche dagli stranieri.
Prossimamente la leggerò in chiesa al matrimonio di una mia amica. Lei ne ha
parlato col parroco, che non ha fatto alcuna difficoltà. Insomma, questa poesia
disegna la perfezione: se si riesce a condurre un matrimonio così come la
poesia suggerisce, quando cioè ognuno nella coppia riesce ad essere totalmente
autonomo e insieme unito ad un'altra persona, ha veramente realizzato la
perfezione! Questo è l'augurio che faccio agli sposi.
C'è un'altra cosa che leggo in sostituzione alla poesia di Gibran: una lettera
inedita di Giuseppe Mazzini dedicata ad un amico che si sposa. E' un bel
testo da dedicare agli sposi, perché parla di unità, uguaglianza, e dell'essere
felici pensando anche all'altro... sono lieto del matrimonio - recita la
lettera - non potevate fare scelta
migliore".
Sa, quando mi sento dire che è la quarta volta che sentono leggere la stessa
poesia... preferisco leggere qualcos'altro!!
E infatti, ormai, non mi si chiede se ho intenzione di leggere una poesia, ma
la poesia!"
Lei invita gli sposi a scrivere un pensiero sul Libro delle dediche; anche
questo fa parte del rituale che Lei propone. Come è nata quest'idea?
"E' nata esattamente il 26 giugno del 2004, in occasione della riapertura
della Sala Rossa".
Indubbiamente, tra doni, poesie e dediche, la cerimonia si arricchisce, ed
ogni matrimonio acquista una sua particolare fisionomia e si carica di
emozioni.
"Sì, è vero, e l'orgoglio più grande sono gli sposi che vengono da fuori città.
Ne vengono tanti, e anche dall'estero: sono venuti sposi da Milano, da Roma,
addirittura da Venezia! Dall'Inghilterra è arrivata una coppia di londinesi
che, navigando in Internet alla ricerca di notizie su Bologna, è capitata per
caso sul sito in cui sono raccolte le centinaia di fotografie dei miei
matrimoni; senza sapere una parola di italiano, hanno prenotato il matrimonio
attraverso il consolato e sono arrivati da Londra coi due figli; come testimoni
hanno portato il maitre dell'albergo e un altro dipendente. Li ho sposati io,
su loro specifica richiesta, solo perché avevano visto le foto dei matrimoni
fatti da me in Sala Rossa, e le foto degli sposi in Piazza Maggiore".
Dalla Sala Rossa sono passate migliaia di coppie; un osservatorio davvero
particolare, dal quale Lei stesso ha potuto inevitabilmente notare, negli anni,
cambiamenti di varia natura.
"Indubbiamente, sì. Prima di tutto il
numero dei matrimoni in municipio è praticamente raddoppiato rispetto a quelli
celebrati in chiesa. Un aumento dovuto anche all'impennata che hanno avuto i matrimoni misti. Salvo poche eccezioni,
infatti, il matrimonio tra stranieri non si celebra in chiesa, perché, a parte,
ad esempio, i Filippini, che sono cattolici, nella maggior parte dei casi si
hanno matrimoni fra persone appartenenti a due religioni diverse, che di solito
scelgono di sposarsi con rito civile. Dal punto di vista del costume e della
moda invece, uno degli impatti visivi più netti è che oggi, rispetto al
passato, c'è un clamoroso ritorno alla tradizione: non un ritorno, in realtà,
ma la trasposizione, nel corso degli ultimi decenni, di tutte le pratiche
proprie della tradizione religiosa. L'esempio più lampante è l'aumento degli abiti
da sposa: se dal dopoguerra in poi, chi si sposava in comune indossava
certamente un bel vestito, ma che era comunque il classico tailleur, adesso
vedo quasi sempre spose in abito bianco, e molto spesso portano anche il velo;
e per quanto riguarda gli stranieri,
indossano anche loro gli abiti da sposa e da sposo tipici delle loro tradizioni
culturali, inevitabilmente legate al rituale religioso".
Ricordi, aneddoti, immagino che in dodici anni di celebrazioni se ne
siano accumulati moltissimi!
"Talmente tanti, che molto spesso riaffiorano alla mente solo andando a
riguardare le fotografie degli sposi. Mi piacerebbe fare un libro, non su di
me, ma sui matrimoni che ho fatto: è una vita di aneddoti. Ce ne sono davvero
tanti".
Ce ne racconta qualcuno?
"Comincio dalla parte triste, che sono i matrimoni celebrati in ospedale,
dove c'è una persona gravemente ammalata, che decide di sposarsi, ma il clima è
inevitabilmente velato di tristezza. Oppure i matrimoni di detenuti, col
permesso di uscire giusto il tempo necessario per recarsi in Comune, sposarsi,
e poi rientrare in carcere.
Ci sono poi gli aneddoti curiosi: per esempio mi è capitato di sposare una
ragazza, la cui mamma, dieci anni prima, era stata sempre sposata da me! E
poi... anelli che non si infilano, certe musiche, pianti...".
Il materiale per scrivere un libro sembra non mancare davvero!
"Infatti! Oppure, ecco, vede, gli aneddoti vengono in mente parlandone: la
mediazione tra lo sposo olandese e la sposa italiana, calabrese per
l'esattezza, e proveniente da un contesto profondamente legato alla tradizione
religiosa, mentre lui non ne voleva affatto sapere di sposarsi in chiesa; al
mattino si sono sposati in comune da me e al pomeriggio in una chiesa qui a
Bologna. Hanno scelto di far celebrare entrambe le cerimonie, in modo da
accontentare sia la parte laica che quella religiosa. Tutti gli invitati hanno
partecipato alle due cerimonie e la sposa ha indossato due abiti diversi.
Un altro matrimonio che ho celebrato, fece scalpore e fu riportato sui
giornali: sposai una signora con un signore che era tornato in libertà dopo un
lungo periodo di carcerazione. Nella parte vecchia del mio sito se ne parla perché lei, in seguito, ha anche
pubblicato un libro sulla sua storia".
Le è capitato anche di dover far fronte a situazioni impreviste?
"Bé , sì, ad esempio qualche volta è capitato che gli sposi non si
siano presentati al loro stesso matrimonio. In qualche caso, senza neppure
avvisare! Oppure, mi sono trovato a dover esercitare quello che per chiunque si
trovi a celebrare matrimoni è un dovere istituzionale, ossia l'accertamento
della reale volontà di sposarsi da parte degli aspiranti coniugi: si trattava di
due quarantenni che avevano, evidentemente, problemi di coppia. Lui mi chiese
di poterci ripensare; io gli ho dato la possibilità di ritardare il matrimonio,
facendo passare avanti quelli dopo di loro. Lei premeva, lo tirava. Io ho preso
in disparte lui e gli ho detto ' adesso entriamo e vi sposo. Se però vedo la
minima titubanza, interrompo tutto'. Non si sono sposati: fu un impatto forte".
Un'ultima cosa, che potrebbe interessare alle coppie che si accingono ad
organizzare il loro matimonio: è possibile far celebrare la cerimonia al di
fuori del palazzo comunale?
Sì e no. In via del tutto eccezionale, io stesso ho acconsentito a celebrare la
cerimonia in un altro luogo, scelto dagli sposi. Bisogna sottolineare, però,
che l'atto vero e proprio deve obbligatoriamente svolgersi presso la sala
comunale, e le firme sui registri devono essere apposte in quella sede. Ho
accettato di riformulare il rito, lo scambio degli anelli, ecc., ma il
matrimonio vero, era in realtà già stato celebrato in Sala Rossa.
Be', si capisce molto bene perché tante coppie di fidanzati chiedano
espressamente di poter pronunciare il loro Sì di fronte a Maurizio Cevenini e
ci auguriamo che mantenga ancora a lungo, intatto, il calore e l'affabilità con
cui sa accompagnare gli sposi, facendoli sentire, ogni volta, unici.
Intervista a cura di Daniela Argiropulos
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